Non può vivere bene chi non è in pace con il suo corpo.

Maria Raffaella Dalla Valle
IL DIARIO

mercoledì 8 marzo 2017

la mindfulness iniziò nel 1700...


“Se dovessimo indicare il libro occidentale più affine alla sapienza cinese del Tao tê ching o di Chuangtzu, sarebbe questo di Jean-Pierre de Caussade. Qui troviamo, in termini naturalmente del tutto diversi, una percezione quanto mai netta di quella corrente nascosta e indominabile che circola nel mondo e i Cinesi chiamarono Tao. Per Caussade, tale è la corrente da cui si lascia sommergere chi pratica «l’abbandono alla Provvidenza divina». Jean-Pierre de Caussade fu un oscuro gesuita che negli anni fra il 1730 e il 1740 operò come direttore spirituale di alcune religiose di Nancy. Parte di questa sua opera assumeva forma epistolare. E furono le religiose stesse a compilare, sulla base di queste lettere, il trattatello che qui presentiamo, di cui apparve la prima edizione nel 1861. Da allora, questo testo è diventato un classico della spiritualità cristiana. La sua fisionomia, per molti tratti, è unica. Per i lettori di oggi, il primo elemento che vi spicca è la perspicacia psicologica. E per molti queste pagine potranno essere più utili e vivificanti di ogni altra forma più moderna di «cura dell’anima». Questo infatti è un libro che, come pochi altri, aiuta a vivere. Con estrema dolcezza, Caussade dice cose audacissime. La sua conoscenza dell’anima è stupefacente, come nei grandi moralisti francesi. Ma solo a lui appartiene l’insegnamento che sa guidarci a trovare il «grano di senape» dell’abbandono – questa virtù suprema – in ogni luogo e in ogni momento, poiché «l’azione divina inonda l’universo, penetra tutte le creature, le sommerge»”. - da Edizioni Adelphi

Alcune spiegazioni su questo libro stupendo, utile a tutti, ma soprattutto a chi vive nel tormento e in ricerca, è soggetto a volontarismo e perfezionismo, perdendo di vista il “dono dei doni”: L’abbandono.






E’ stato scritto nel 1700 da Jean Pierre de Caussade, gesuita. Nel leggerlo va quindi tenuta presente la formazione religiosa del tempo che era più di stampo religioso che laico.

Va quindi letto preso nel suo insieme, depurandolo, per noi laici, da una visione di contemptus mundi che potrebbe essere fraintesa; oppure rischiando di far perdere di vista l’importanza dell’incarnazione o embodiment (anche dell’essere umano), delle passioni, dei sentimenti. Per esempio, quando si parla di distacco e passività non significa non avere interesse per la vita ordinaria, ma anzi, vivere con mindfulness, il dovere del momento presente per amore, senza cercare rifugio nell’evasione ed affrontando la realtà con tutto sé stesso. (Così me ne parlava, anni fa, un professore di Etica).

Il libro è un vero gioiello. Quando ho pensato quale parte riportare, non riuscivo a scegliere.

Ho deciso quanto sotto perché in ambito cattolico (un po’ meno nei giovani), c’è stata un’educazione al senso del dovere e al volontarismo che ha reso non attraente la fede o ha scoraggiato la persona; e perché sia in ambito di nuova spiritualità, religiosità e New Age, il volontarismo cacciato dalla porta, rischia di rientrare dalla finestra perché la persona pensa di riuscire ad autopurificarsi, autoredimersi perdendo di vista la relazione, la dipendenza, pensando di essere dio a sé stessa. Un modo raffinato per dire che “volere è potere”.


Il brano è dal c. 2:
Modo di operare nello stato di abbandono e di passività e prima di esservi giunti.

“Questa obbedienza al dovere presente è anch'essa un agire con cui l'anima si consacra completamente alla volontà esterna di Dio senza aspettare niente di straordinario: ecco la regola, il metodo, la legge, la via pura, semplice e sicura di quest'anima. È legge invariabile per tutti i tempi, tutti i luoghi, tutti gli stati; è la via diritta su cui l'anima cammina con coraggio e fedeltà senza deviare né a destra né a sinistra, e senza occuparsi di ciò che la oltrepassa: tutto quello che sta al di là è ricevuto passivamente ed eseguito in stato di abbandono. Insomma, quest'anima è attiva in tutto quello che le prescrive il dovere presente, ma passiva e abbandonata per tutto il resto in cui non mette niente di suo se non l'attendere nella pace la mozione divina”.

E ancora:

“Se costui dovesse poi cambiare, abbandonando il tenore abituale della vita, ecco che lo si assilla con esortazioni, regole e metodi, e se egli non si sottomette e non si impegna in tutto ciò che l'arte della pietà ha stabilito, se non lo esegue alla perfezione, è finita: si comincia a temere per lui e la sua via diviene sospetta. 

Perché non si riconosce che le pratiche, per quanto buone e sante si suppongono, non sono altro che la via che conduce all'unione divina? Come si può pretendere che si rimanga per la strada, mentre si è giunti alla mèta?

Ebbene, questo è quanto si esige dall'anima per la quale si teme che viva nell'illusione. Quest'anima ha percorso all'inizio la stessa strada delle altre, ha conosciuto come loro e ha eseguito tutte le pratiche fedelmente; ma inutilmente adesso si pretenderebbe di tenervela legata. Dal momento che Dio, commosso dagli sforzi che ella ha fatto per avanzare con questi mezzi, le è venuto incontro e si è incaricato di condurla a questa felice unione; dal momento che ella è arrivata in questa bella regione dove non si respira che abbandono e dove ha inizio il possesso di Dio mediante l'amore; dal momento infine che questo Dio di bontà, sostituendosi ai suoi sforzi e alle sue esercitazioni è divenuto il principio delle sue operazioni, questi metodi hanno perso per lei ogni utilità. Rappresentano solo più una via che ha già percorso e che si è lasciata indietro. Esigere, dunque, che ritorni a quei metodi e continui a seguirli, sarebbe chiederle di abbandonare la mèta a cui è giunta per ripercorrere la via che ve l'ha condotta.

Ma si perderà tempo e fatica: basta a quest'anima un po' di esperienza perché, nonostante tanto clamore dal di dentro e dal di fuori, riesca a mantenersi insensibile a queste sollecitazioni, e a dimorare senza turbarsi e senza vacillare minimamente in questa pace intima in cui può esercitare così vantaggiosamente il suo amore. Questo è il centro del suo riposo o, se si vuole, la linea diritta tracciata da Dio stesso, che lei seguirà per sempre. Vi procederà con costanza e tutti i suoi doveri del momento presente saranno adempiuti secondo l'ordine di questa linea; a mano a mano che si presenteranno li eseguirà senza agitazione e senza fretta. Per tutto il resto si manterrà in una totale libertà, sempre pronta a obbedire alle ispirazioni della grazia non appena si faranno sentire, pronta soprattutto ad abbandonarsi alle sollecitudini della Provvidenza.

Del resto queste anime hanno meno delle altre bisogno di direzione, perché non si arriva a un tale stato che con l'aiuto di grandi ed eccellenti direttori, ed è quasi una provvidenza che la morte tolga o la vita allontani quelli che si sono avuti, per cui se ne resta privi. Si rimane pur sempre disposti a lasciarsi guidare; soltanto si aspetta in pace il momento della Provvidenza, senza alcun pensiero.

Di quando in quando si troveranno delle persone verso le quali, senza conoscerle e senza sapere donde vengano, si sentirà una segreta fiducia ispirata da Dio nel tempo della privazione: è questo un segno che egli vuole servirsene per comunicare alle anime qualche nuova luce, anche se soltanto in un modo passeggero. Esse allora chiedono consiglio e seguono con estrema docilità quanto viene loro suggerito; ma in mancanza di quest'aiuto si attengono alle norme che sono state date loro dal primo direttore spirituale. Così sono sempre realmente dirette, o attraverso gli antichi princìpi ricevuti un tempo, o ad opera di questi consigli occasionali, e si affidano ad essi fino a che Dio non manderà delle persone a cui affidarsi nuovamente del tutto, [o le toglierà] da questo mondo dopo che hanno camminato nell'abbandono guidate solo da lui”.

Per leggere il testo: 


🎬 Video dell'opera teatrale:




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