La vocazione
secondo Octavio Paz
La
vocazione comincia con una chiamata. È un destarsi di facoltà e disposizioni
che dormivano dentro di noi e che, convocate da una voce che viene da non
sappiamo dove, si svegliano e ci rivelano una parte della nostra intimità.
Nello scoprire la nostra vocazione scopriamo noi stessi. È una seconda nascita.
Perciò molti artisti cambiano il nome che gli diedero i genitori per un altro,
quello della loro vocazione. Il nuovo nome è un segnale, o meglio, una parola
d’ordine che apre loro il cammino verso una regione nascosta della loro
persona. Vocazione viene da vocatio:
chiamata; a loro volta, vocatio è un
derivato di vox. La parola designava
all’inizio, dice il Diccionario de
Autoridades, “l’ispirazione con cui Dio chiama a uno stato di perfezione,
specialmente quello di religione”. Dio ha diversi modi di chiamare e, come
riferisce la Bibbia, molti di essi sono muti; segnali silenziosi, segni che
dobbiamo decifrare.
Anche se il significato religioso di vocazione si è
esteso ad altri campi, soprattutto all’arte e al pensiero, in tutti i casi la parola designa due atti correlativi: la
chiamata e la risposta. Chi o che cosa ci chiama? Non lo sappiamo con certezza;
è un agente esterno, una forza, un fatto apparentemente insignificante ma
carico di senso, una parola sentita per caso, che so io; eppure, anche se viene
da fuori, si confonde con noi stessi. La vocazione è la chiamata che un giorno,
contrassegnato fra tutti gli altri, ci facciamo e alla quale non abbiamo altro
rimedio che rispondere, se vogliamo realmente essere. La chiamata ci costringe
ad uscire da noi stessi. La vocazione è un ponte che ci porta ad altri mondi
che sono il nostro vero mondo.


