Non può vivere bene chi non è in pace con il suo corpo.

Maria Raffaella Dalla Valle
IL DIARIO
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mercoledì 19 agosto 2026

San Francesco e la sua riconciliazione col corpo - Paola Muller


Noi crediamo di aver riscoperto il corpo: lo curiamo, esibiamo, fotografiamo. E in realtà lo riduciamo a una macchina da ottimizzare, scrive Paola Muller nel suo articolo dedicato a San Francesco.


Già Ratzinger ne aveva parlato nel 2005 nella DCE 5-6:

“(…) l'essere umano, è composto di corpo e di anima. L'uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell'eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l'uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d'altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza. L'epicureo Gassendi, scherzando, si rivolgeva a Cartesio col saluto: « O Anima! ». E Cartesio replicava dicendo: « O Carne! ». Ma non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l'uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l'uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l'amore — l'eros — può maturare fino alla sua vera grandezza.

Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L'eros degradato a puro « sesso » diventa merce, una semplice « cosa » che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell'uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. L'apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede cristiana, al contrario, ha considerato l'uomo sempre come essere uni-duale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l'eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni”.


Leggi il testo cliccando qui.

lunedì 9 febbraio 2026

Lo sport oltre la medaglia: quando il limite diventa genialità



 

Un incidente annunciato

 

Mi ha profondamente addolorata assistere a quanto accaduto a Lindsey Vonn. Quando ho saputo della rottura del suo legamento crociato, non ho potuto fare a meno di vederlo come un incidente annunciato, sperando fino all'ultimo che decidesse di non gareggiare.

Parlo non solo come insegnante, ma come ex atleta: vengo anch'io dal mondo delle gare di sci, che mi hanno lasciato come "dono" una protesi al ginocchio. Questa esperienza mi ha portata a pormi una domanda che ognuno di noi, in base ai propri obiettivi, dovrebbe farsi: è più importante la medaglia olimpica o il rispetto del proprio corpo e dei propri limiti?

In questo caso, trovo difficile far convivere le due cose, a meno di non attribuire al gesto un puro significato simbolico.

 

La persona prima della performance

 

Prima di dedicarmi al Metodo Feldenkrais, ho insegnato anche Educazione Fisica nelle scuole. Ho scelto di lasciare un posto sicuro perché credo fermamente che lo sport debba essere una parte vitale della formazione della persona, uno strumento per aiutarla a diventare migliore e a trascendere i propri limiti in modo armonioso. Non dovrebbe mai essere un'arena dove "pescare", in giovanissima età, piccoli campioni da spremere per le gare agonistiche.

La specializzazione precoce — prima dei dodici anni — non solo ostacola una crescita neuromotoria equilibrata, ma spinge spesso i giovani ad abbandonare lo sport agonistico esasperati, perché semplicemente "non ne possono più".

Voglio dire tanto di chapeau a Lindsey per aver dimostrato che l'età è solo un numero, contribuendo, in un certo senso, a scardinare la cultura dell'atleta "usa e getta". 

 

Eppure, allo stesso tempo, è stata un genio delle piste, ma è diventata anche vittima di un modo brutale di intendere lo sport, dove il risultato conta più del benessere della persona. Non siamo macchine: il cervello registra tutto, e una protesi o un'operazione cambiano, ad esempio, profondamente la nostra percezione. 

 

Come si fa a permettere ad un'atleta che ha una protesi, che si è appena rotta il crociato dell'altra gamba di partecipare alle gare olimpiche affermando: "Questo sport è brutale e la gente deve ricordare che questi atleti si lanciano giù da una montagna e vanno davvero, davvero veloci". Oppure "È come stare nell'arena, ha osato molto", (...) A volte succedono cose. È uno sport molto pericoloso"...

 

Qui non cerco di trovare i responsabili, ma di constatare che nel modo in cui viviamo lo sport oggi c'è qualcosa di incrinato: il risultato è diventato più importante del benessere e del limite della persona. Anche concedendo a una persona la libertà di scegliere il podio a discapito della salute, credo che questo non possa essere il modello di "benessere comune" per un futuro di Human Flourishing che sia davvero a misura d'uomo. Per me prima c'è la persona e la sua corporeità. Una creatura che è un dono per sé e gli altri ed è in fieri per diventare quello che è.

 

I soli tredici secondi di gara raccontano tutto di un'atleta del suo calibro. La storia si è scritta in tredici secondi, senza sbizzarrirsi nello sviluppo di una trama. La realtà non lo ha permesso. Potrei scrivere solo questo.

 

Non serve dire che non si è sganciato lo sci, che ha toccato un palo con la mano o altro. Queste cose sono all'ordine del giorno delle competizioni, vanno pensate prima.

Lindsey è un genio, ma è una persona, non una macchina e il corpo, il cervello, registra tutto, non può essere trattato come uno strumento a cui sostituisco i pezzi e tutto rimane uguale. Non siamo pura biomeccanica! Le protesi e le operazioni ti cambiano la percezione, ad esempio.

Sarà la deformazione professionale Feldenkrais ma in ogni attività ci sono quattro componenti che costituiscono la nostra autoimmagine: movimento, sensazione, sentimento, pensiero ... in quei tredici secondi qualcosa non ha funzionato, non ha senso fare l'analisi biomeccanica della suddivisione del peso e dello sforzo. Non stiamo parlando di un computer o di una donna totalmente bionica, ma di una donna con dei sogni e pure con... dei limiti.

 

La debolezza come sentiero verso la genialità

 

Spesso rifiutiamo il limite e la vulnerabilità, ma a cosa serve lo sport se non ci aiuta a crescere anche in questo? Moshe Feldenkrais diceva:

"Trova la tua vera debolezza ed arrenditi ad essa, perché è lì che si trova il sentiero verso la genialità. La maggior parte delle persone passano la loro vita usando i propri punti di forza per evitare o coprire le loro debolezze. Quei pochi che usano la propria forza per poter incorporare la propria debolezza, sono coloro che diventano leader della propria generazione."

 

Lindsey la sua medaglia "simbolica" l'aveva già vinta tornando in gioco e ricominciando. Questa volta però, forse si poteva fermare. Il perché non l'abbia fatto, non spetta a me scoprirlo e nemmeno volerlo capire.

 

L’Olimpiade si è fermata e sentire le sue grida di dolore, vedere il suo allenatore muto ed il pubblico attonito non ha reso felice nessuno. 

 

Non rimane che augurarle che davvero stia bene, anche se come scritto nell'articolo “sarà un processo lungo”. 


caduta di VONN pettorale 13
Lindsey Vonn