Non può vivere bene chi non è in pace con il suo corpo.

Maria Raffaella Dalla Valle
IL DIARIO
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domenica 21 luglio 2024

Quale è il solo mezzo per essere se stessi? Posso portare ora una maschera, ora un'altra, e non apparire mai con il mio vero volto.

 

Un albero dà gloria a Dio per il fatto di essere albero. Perché nell'essere quello che Dio intende che esso sia, l'albero ubbidisce a Lui. Esso «consente», per così dire, all'amore creativo di Dio.

Esprime un'idea che è in Dio e che non è distinta dall'essenza di Dio; quindi un albero imita Dio per il fatto di essere un albero.

Più è simile a se stesso, più l'albero è simile a Dio. Se cercasse di assomigliare a qualcosa che Dio non ha mai inteso che fosse, diventerebbe meno simile a Dio e quindi Gli renderebbe minor gloria.

Non esistono due cose create che siano perfettamente uguali. E la loro individualità non è imperfezione. Al contrario: la perfezione di ogni cosa creata non è soltanto nella sua conformità a un tipo astratto, ma nella sua identità individuale con se stessa. Questo particolare albero darà gloria a Dio estendendo le sue radici nella terra e levando i suoi rami nell'aria e nella luce come nessun altro albero prima o poi ha fatto o farà.

Immaginate forse che le singole cose create nel mondo siano tentativi imperfetti di riprodurre un tipo ideale che il Creatore non è mai riuscito ad ottenere sulla terra? Se così fosse, le cose non Gli darebbero gloria, ma proclamerebbero che Egli non è un perfetto Creatore.

Quindi ogni essere particolare, nella sua individualità, nella sua natura ed entità concreta, con tutte le sue caratteristiche e le sue qualità particolari e la sua inviolabile identità, dà gloria a Dio con l'essere precisamente ciò che Egli vuole che sia, qui ed ora, nelle circostanze per esso disposte dal Suo amore e dalla Sua arte infinita.

Le forme e i caratteri individuali degli esseri che vivono e si sviluppano, delle cose inanimate, degli animali e dei fiori e di tutta la natura, costituiscono la loro santità agli occhi di Dio.

La loro inviolabile identità è la loro santità. È l'impronta della Sua sapienza, della Sua realtà in loro.

La particolare rozza bellezza di questo puledro in questo giorno d'aprile su questo campo e sotto queste nubi è una santità consacrata a Dio dalla Sua stessa «sapienza creativa» e proclama la gloria di Dio.

I fiori pallidi del corniolo fuori da questa finestra sono santi. I piccoli fiori gialli che nessuno nota sul bordo di questa strada sono santi che fissano il volto di Dio.

Questa foglia ha un suo tessuto, una sua venatura ed una sua forma che sono santi, e il pesce persico e la trota che si nascondono nelle profondità del fiume sono canonizzati dalla loro bellezza e dalla loro forza.

I laghi nascosti tra le colline sono santi e anche il mare, che con il suo maestoso ondeggiare dà incessante lode a Dio, è santo.

Il grande monte brullo, con tutti i suoi avvallamenti, è un altro dei santi di Dio. Non vi è altro monte che gli sia simile. È unico nelle sue caratteristiche; null'altro al mondo imitò od imiterà Dio nello stesso modo. E in ciò consiste la sua santità.


Ma che dire di te? Che dire di me?


A differenza degli animali e degli alberi, non basta per noi essere ciò che la nostra natura presuppone. Non basta per noi essere individui umani. Per noi, santità è qualcosa di più che umanità. Se non siamo altro che uomini, se non siamo altro che il nostro io naturale, non saremo santi, non potremo offrire a Dio l'adorazione della nostra imitazione, che santità.

Per me la santità consiste nell'essere me stesso e per te la santità consiste nell'essere te stesso e, in ultima analisi, la tua santità non sarà mai la mia e la mia non sarà mai la tua, salvo nella comunione di carità e grazia.

Per me essere santo significa essere me stesso. Quindi il problema della santità e della salvezza è in pratica il problema di trovare chi sono io e di scoprire il mio vero essere.

Alberi e animali non hanno problemi. Dio li ha fatti quali sono senza consultarli, ed essi sono perfettamente soddisfatti.

Per noi è diverso. Dio ci lascia liberi di essere ciò che preferiamo. Noi possiamo essere noi stessi, o non esserlo, a nostro piacere. Siamo liberi di essere reali o illusori. Possiamo essere veri o falsi, la scelta dipende da noi. Possiamo portare ora una maschera, ora un'altra, e non apparire mai, se così vogliamo, con il nostro vero volto. Ma non possiamo operare queste scelte impunemente.

Ogni causa ha il suo effetto: se mentiamo a noi stessi e agli altri, non possiamo pretendere di trovare la verità e la realtà ogni volta che ci accade di desiderarle. Se abbiamo scelto la via della falsità, non dobbiamo essere sorpresi se la verità ci sfugge quando — finalmente! — siamo giunti a sentirne il bisogno.

La nostra vocazione non è semplicemente quella di essere, ma di collaborare con Dio a creare la nostra stessa vita, la nostra identità, il nostro destino. Siamo esseri liberi e figli di Dio. Questo significa che non dobbiamo esistere passivamente, ma, scegliendo la verità, dobbiamo partecipare attivamente alla Sua libertà creativa per la nostra vita e per la vita degli altri. Anzi, per essere più precisi, siamo anche chiamati a lavorare con Dio nel creare la verità della nostra identità. Possiamo sfuggire questa responsabilità giocando a mascherarci; e questo ci soddisfa, perché a volte può sembrarci un modo di vivere libero e creativo. È cosa facile che sembra accontentare tutti. Ma a lungo andare questo costa e fa soffrire notevolmente. Operare la nostra stessa identità in Dio (ciò che la Bibbia chiama «operare la propria salvezza») è lavoro che richiede sacrificio e angoscia, rischio e molte lacrime. Richiede ad ogni momento un attento esame della realtà, una grande fedeltà a Dio, al Suo oscuro rivelarsi nel mistero di ogni nuova situazione. Non conosciamo con certezza né in anticipo quale sarà il risultato di questo lavoro. Il segreto della mia piena identità è nascosto in Dio. Lui solo può farmi quale sono, o piuttosto, quale sarò, quando finalmente comincerò ad essere pienamente. Ma se io non desidero raggiungere questa mia identità, se non mi metto all'opera per trovarla insieme a Lui e in Lui, quest'opera non verrà mai compiuta. Il modo di farlo è un segreto che posso imparare da Lui solo, e da nessun altro. Non vi è modo di conoscere questo segreto se non per mezzo della fede. La contemplazione è dono più grande, più prezioso, perché mi permette di conoscere e di capire ciò che Egli vuole da me.

I semi che vengono gettati ad ogni momento nella mia libertà, per volere di Dio, sono i semi della mia propria identità, della mia propria realtà, della mia propria felicità, della mia propria santità.

Rifiutarli significa rifiutare tutto, significa rifiutare la mia stessa esistenza ed essenza, la mia identità, il mio vero io.

Non accettare, non amare e non adempiere la volontà di Dio significa rifiutare la pienezza della mia esistenza.

E se non divento ciò che dovrei essere, ma rimango sempre ciò che non sono, passerò l'eternità a contraddire me stesso, perché sarò contemporaneamente qualcosa e nulla, una vita che vuol vivere ed è morta, una morte che vuol essere morta e non può finir di morire perché ancora deve esistere.

Dire che sono nato nel peccato è dire che sono venuto al mondo con un falso io. Sono nato con una maschera. Sono entrato nell'esistenza sotto un segno di contraddizione, essendo qualcuno che non dovevo essere e, di conseguenza, la negazione di quel che avrei dovuto essere. Sono così entrato contemporaneamente nell'esistenza e nella non-esistenza, perché fin dal principio sono stato qualcosa che non ero.

Per dire la medesima cosa senza paradosso: fintanto che non sono altro che ciò che è nato da mia madre, sono tanto lungi dall'essere chi dovrei essere, che potrei benissimo non esistere affatto. E in realtà sarebbe meglio per me non essere nato.

Ognuno di noi è sempre seguito da una persona illusoria: un falso io.

Questo è l'uomo che voglio essere, ma che non può esistere, perché Dio non sa nulla di lui. Ed essere ignorati da Dio è una particolarità troppo grande.

Il mio io falso e particolare è quello che vuol vivere fuori dal raggio della volontà di Dio e dell'amor di Dio — fuori dalla realtà e fuori dalla vita. E questo io non può essere che un'illusione.

Riconoscere le illusioni non è il nostro forte, specie quelle illusioni che abbiamo su di noi, quelle che sono nate con il peccato e ne alimentano le radici. Per quasi tutti coloro che sono al mondo non vi è realtà soggettiva più grande di questo loro falso io, che non può esistere. Una vita dedicata al culto di questa ombra è ciò che si chiama una vita di peccato.

Ogni peccato parte dal presupposto che il mio falso io, l'io che esiste solo nei miei desideri egocentrici, sia la realtà fondamentale della vita, cui si ricollega ogni altra cosa nell'universo. Così io consumo la mia vita nel tentativo di accumulare piaceri ed esperienze, potere ed onore, sapere ed amore, di rivestire questo falso io e fare della sua nullità qualcosa di obiettivamente reale. E mi circondo di esperienze, mi copro di piaceri e di gloria come di bende, per rendermi percettibile a me stesso e al mondo, quasi fossi un corpo invisibile che può diventare visibile solo quando qualcosa di visibile ne copra la superficie.

Ma non vi è sostanza sotto alle cose delle quali mi sono rivestito. Sono vuoto, la mia struttura di piaceri e di ambizioni non ha fondamenta. Mi sono obiettivato in esse. Ma esse sono tutte destinate per la loro stessa contingenza ad essere distrutte. E quando saranno distrutte, di me resteranno soltanto la mia nudità, la mia nullità, il mio vuoto, a dirmi che io sono una cosa sbagliata.

Il segreto della mia identità si nasconde nell'amore e nella misericordia di Dio.

Ma tutto ciò che è in Dio è realmente identico a Lui, perché la Sua infinita semplicità non ammette divisione o distinzione. Non posso quindi sperare di trovare me stesso se non in Lui.

In ultima analisi il solo mezzo per essere me stesso è di identificarmi con Lui, perché in Lui si nascondono la ragione e la realizzazione piena della mia esistenza.

Quindi la mia esistenza, la mia pace e la mia felicità dipendono da un solo problema: quello di scoprire me stesso scoprendo Dio. Se lo trovo, troverò me stesso, e se trovo il mio vero io, troverò Lui.

Per quanto sembri facile, ciò è in realtà immensamente difficile. Se vengo lasciato a me stesso,

infatti, la cosa sarà assolutamente impossibile. Per quanto, con la ragione, io possa conoscere qualcosa dell'esistenza e della natura di Dio, non v'è mezzo umano e razionale con cui mi sia possibile giungere a quel contatto, a quel possesso di Lui che mi scoprirà Chi Egli e realmente e chi io sono in Lui.

Ciò è qualcosa che nessun uomo può fare da solo.

Né possono in ciò essergli di aiuto tutti gli uomini e tutte le cose dell'universo.

L'Unico che possa insegnarmi a trovare Dio è Dio, Lui stesso, Lui solo.

 

Thomas Merton, Semi di contemplazione, cap.5 Le cose nella loro identità.

 


martedì 27 settembre 2022

About Robert A. Gahl.Jr., What Kind of Story Would You Like to Live? “Freedom vs. Addiction.”


FORT COLLINS, Colo. – A professor at Rome’s Pontifical University of the Holy Cross posed Colorado State University students a moral challenge during an Aug. 28 presentation: to live their lives as the story they want to tell. 

On the feast of St. Augustine, Father Robert Gahl, a priest of the prelature of Opus Dei, gave a talk on “Freedom vs. Addiction” to more than 100 students on the CSU campus. He invoked Augustine by bringing up, among other points, the ideas of Book XI of the saint’s Confessions, which says each person’s life is a story. 

“[Our] whole lives have the structure of a story,” said Father Gahl. “There are some lives ... that don’t have any plot, and they don’t really go anywhere. Those lives don’t have much meaning, and they’re not really happy. 

“If you are the main character, the hero of the story which is your life, what kind of story would you like to live? Would you like to live a horror? Or would you like to live a tragedy? Or would you like to live a comedy? ... How about the story that ends in ‘and they lived happily ever after?’” 

The Milwaukee native and former Silicon Valley software guru cited sources from Aristotle to YouTube as he emphasized the importance of staying in the present moment — while keeping future goals at the forefront of the mind — as one lives one’s story. 

“Remember, mindfulness is being present to ourselves ... knowing what our goals are and directing our emotions in such a way they’re in accord with achieving those goals,” he said. 

“Mindfulness is all about structuring our own emotions such that we can delay gratification so that we can get something higher.” 

 

Choosing the Higher Good 

 

Mindfulness isn’t always easy to achieve, however. We worry about the future, ruminate on the past and are vulnerable to addictions, ranging from chronic smartphone use to drug and alcohol abuse. But we can strive to improve, constantly re-creating ourselves and strengthening our powers of mindfulness, said Father Gahl. 

“One of the Fathers of the Church, St. Gregory of Nyssa, says that in some way we are the parents of ourselves. Each of us, we are the mother and father of ourselves,” he said. “We give birth to ourselves through our actions. We shape ourselves.” 

Most addictions, he added, are in a way a matter of choice, a decision about what activity would have the most meaning and virtue at any given moment. And using diagrams of the brain — showing the decision-making prefrontal cortex and the amygdala, the center for emotions — the priest went on to explain how to manage the cravings that are at the core of addiction. 

“[A] good way to overcome [a craving] is to activate the front part of the brain — not in the sense that it totally eliminates” the craving, he added, but that it helps to control it. For example, he said, a heroin addict experiencing a craving for the drug could diminish that craving by activating the prefrontal cortex in an activity like counting to 100. 

“The capacity for delayed gratification is a manifestation of the state in which we are able to control our cravings, control our desires of all kinds in view of achieving some higher good in the future that we don’t have now,” Father Gahl said. 

 

Freedom From Addiction 

 

Father Gahl went on to discuss various tools people can use to improve their mindfulness and control their addictions, from cognitive behavioral therapies to pharmacological interventions. 

His presentation included information about Acceptance and Commitment Therapy (ACT), a psychological intervention that helps patients to see their unhealthy thought patterns and modify them into healthier patterns. And he highlighted the use of Naltrexone, an opiate antagonist used to help people fighting drug or sexual addictions, and the antibiotic d-cycloserine, used to treat phobias and addictions. 

For CSU philosophy student Sean Brown, 29, who attended the talk, Father Gahl’s presentation provided tips for refocusing the brain when distractions come. 

“When we have that trigger that starts our craving, and we do something to kind of reignite the frontal cortex, that [animalistic craving] will die inside of us,” Brown said. “That’s a really helpful hint to get the brain on fire — doing accounting, doing math homework, something strategizing, thinking about tomorrow; anything that gets you out of that animalistic behavior.” 

Brown also appreciated the priest’s explanation of drugs like naltrexone and d-cycloserine, which the student saw as a “gift” and an important tool, analogous to crutches for a broken leg that “scientists put forward to help people who are really sick, where willpower isn’t enough, and brain chemistry can be helped.” 

For CSU forestry student Sean Walker, 24, the concept of distracting oneself from harmful desires resonated strongly. 

“Your brain can only concentrate on one thing at a time, so when you think about something other than your addiction, you will think about your addiction less,” he said. 

Making that choice, of focusing on writing the story that we want to live, is true freedom, said Father Gahl. We exercise that freedom when we decide to sacrifice pleasures of the present moment in an effort to achieve a future goal. 

“When you’re studying, very often, it’s hard; you get tired, you get sleepy, but you are cognizant and exercising delayed gratification for some higher good in the future,” the priest said, using an example his college-student audience could identify with. 

“By being mindful and present to ourselves, we’re able to coordinate and shape our own desires. ... [We] shape ourselves through our actions.” 

 

 

Here the original article:

What Kind of Story Would You Like to Live-Freedom vs. Addiction


Robert A. Gahl, Jr.,The Challenge of Self-Mastery in The Future of Work



lunedì 25 novembre 2019

La psicoterapia come la tecnica giapponese del kintsugi (ita)



Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro, donandogli un aspetto nuovo attraverso le preziose cicatrici. Ogni pezzo riparato di conseguenza è unico e irripetibile proprio grazie alle sue “ferite” e alle irregolarità delle decorazioni che si formano.
L’oggetto quindi diventa ancora più pregiato grazie alle sue cicatrici, perché loro credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello, ancora più prezioso sia esteticamente che interiormente. Questa tecnica è chiamata “Kintsugi” cioè riparare con l’oro. L’oggetto quindi non viene buttato e rimpiazzato con uno integro, le crepe non vengono cancellate o nascoste, ma evidenziate, per renderle ancora più preziose.
Nella nostra cultura invece si tende a nascondere, a occultare le rotture invece di esaltarne la nuova forma. Ciò che è rotto perde il suo valore.

Se pensiamo che questo possa valere anche nella vita di ogni persona, questa tecnica acquista ancora più rilevanza.

La storia di ogni individuo ha un valore unico e ineguagliabile, anche se vi possono essere momenti di rottura. Ma se ogni ferita viene vissuta solo con un’accezione negativa, ne derivano inevitabilmente sentimenti di dolore, vergogna e senso di colpa, diventa un segno indelebile che svalorizza ciò che si ha o si vuole diventare.

L’espressione del dolore
Il dolore difficilmente trova una sua espressione, spesso viene taciuto o rimosso, ma pensare di riuscire a dargli un valore diventa addirittura improbabile. Eppure da ogni situazione di difficoltà si può riuscire a trarre un insegnamento o una crescita. In ogni caso che lo si voglia ammettere o no, ciò che lascia un segno nella vita diventa una caratteristica personale, si deve solo scegliere se valorizzarla e renderla piacevole o continuare a vederla negativamente e quindi a nasconderla.

Traumi e dolori creano cicatrici invisibili che rischiano di bloccare la propria crescita personale, piccole o grandi ferite che se non curate adeguatamente si acutizzano per cui si tende a non mostrarle per paura o vergogna.

Di fatto si nasconde anche una parte importante di sé, non ci si mostra più per ciò che si è, in questo modo non solo ci si nega la possibilità di porre attenzione alle proprie caratteristiche, ai propri bisogni, ma ci si ferma a vedere solo i limiti delle situazioni, lasciando andare nuove possibilità e risorse.
Ognuno ha una sua storia, peculiarità che gli appartengono, negare gli avvenimenti del passato o provare vergogna e sensi di colpa per ciò che si sarebbe voluto vivere o affrontare diversamente non aiuta a integrare tutti gli aspetti di sé. Si rischia di vivere frammentati, di non porre l’adeguata attenzione al presente, a ciò che si sta vivendo.
La psicoterapia spesso segue la tecnica del Kintsugi aiutando le persone a cui si è formata una crepa nella vita, bloccate in una crisi personale in cui riescono a vedere solo i frammenti di sé, a ricomporsi nuovamente, arricchendosi, per diventare ancora più preziose, più forti di prima e con risorse che prima non venivano notate.

Eventi traumatici possono accrescere il proprio valore
È il fondamento della resilienza, eventi traumatici possono accrescere il proprio valore, invece di nascondere le proprie fragilità si può imparare a valorizzarle. È indispensabile imparare a riorganizzarsi positivamente quando ci si trova ad affrontare difficoltà.
Se si continua a nascondere la sofferenza senza tollerarla ci si nega l’opportunità di crescere e di scoprirsi. Grazie alla crisi invece ci si può reinventare e trovare energie creative per ricostruire la propria esistenza. Le cicatrici restano, ma possono diventare perle uniche.

“Una perla si forma quando un corpo estraneo, come parassiti o pezzi di conchiglie, entra nell’ostrica. Per difendersi e curarsi il mollusco inizia a rilasciare strati successivi di madreperla che rivestono il corpo estraneo fino a diventare nel tempo una splendida perla, unica e irripetibile.”

Ciò che potrebbe essere un danno irrimediabile o incompatibile con le proprie scelte, può essere trasformato in un dono. Anche dal dolore e dai momenti negativi possono nascere risorse e crearsi nuove opportunità per vivere una vita ancora più preziosa.

Lucia Cavallo, Psicoterapeuta
specializzata in terapia Familiare Sistemica Relazionale


sabato 9 febbraio 2019

Robert A. Gahl, Kingship and Morality: Freedom, self-dominion, and political participation (En /Ita)


Un'amica a Natale come augurio, mi ha inviato questa bella frase di Leonardo Boff, che in questo periodo aiuta molto. Tuttavia, da quanto leggerete sotto si può capire che è pieno e denso di valore teologico anche il contrario...


Il Concilio Vaticano II ha sottolineato la funzione sacerdotale,  profetica e REGALE di ogni fedele laico.

L'agire bene, il fiorire e l'essere felici richiede di esercitare l'autodominio che è una specie di regalità (Kingship) per governare su se stessi ed anche sugli altri.

Chi sono gli altri?

Nella Conferenza Gahl fa un escursus sulla storia di, si potrebbe dire, una soluzione morale che ha influito per più di cinquecento anni nel modo viverla, partendo dalla scoperta dell'America e dalle teorie di Francisco de Vitoria a favore degli indios.
Tesi principale di Gahl è che Wojtyla, soprattutto nel libro: Le fonti del rinnovamento, afferma che tutta la morale, sia naturale che soprannaturale, vale a dire sia filosofica che teologica può essere compresa come REGALITA'.

Dipende dal ruolo che si ha. Se si è genitori sulla casa e sui figli. Se si lavora anche questa può essere una opportunità per vivere la regalità e via dicendo.

"Nel considerare la santa Umanità di Nostro Signore, sentite nelle vostre anime una gioia immensa: un Re dal cuore di carne, come il nostro, che pur essendo l'autore dell'universo e di ogni singola creatura, non impone il suo dominio con prepotenza, ma viene come un poverello a chiedere un po' d'amore, mostrandoci, in silenzio, le sue mani piagate.

Cristo deve regnare innanzitutto nella nostra anima. Ma come risponderemmo se ci domandasse: tu, mi lasci regnare dentro di te? Io gli risponderei che per farlo regnare in me ho un grande bisogno della sua grazia: soltanto così anche il palpito più nascosto, il sospiro impercettibile, lo sguardo più insignificante e la parola più banale, perfino la sensazione più elementare, tutto potrà tradursi in un osanna a Cristo, il mio Re". - J. Escrivà de Balaguer

Sotto, il link alla Conferenza Magistrale di Robert A. Gahl Jr.:
Guarda:🎥
video

Per chi non capisse l'inglese ho registrato un audio con una traduzione sommaria in simultanea che col tempo potrò migliorare.
Audio:🎤
Robert Gahl - Kingship 1
Robert Gahl - Kingship 2


martedì 20 febbraio 2018

Alessandro D'Avenia, "Corpi espiatori" (Ita)


Il corpo è (...) il segno di una unicità fatta carne da custodire con tutte le gradazioni che l’amore — il gioco delle anime e dei corpi — sa inventare: una carezza, un abbraccio, un bacio, o soltanto un sorriso.
Soltanto così il corpo della donna diventa per noi, eterni principianti della vita, una mappa che dobbiamo imparare a comprendere con mani disarmate e occhi attenti. A volte capita di intercettare nelle movenze di una donna una strana leggerezza che rende gesti e sguardi di una stoffa rara, rivela e nasconde l’inizio o la pienezza di un amore, uno stilnovo di parole e gesti. C’è molto di più da sapere sulla vita nel corpo di una donna alle otto del mattino, senza trucco sugli occhi ancora assonnati, che nelle pagine di cronaca, perché ogni elemento di quel corpo, sinfonia di dettagli, non canta solo sé stesso ma l’unità profumata della vita che vive quando ama ed è amata. Le ciglia sfarfallano, la luce esce dagli occhi più pura, e inattesi animali si nascondono nelle membra, il cigno nel collo, la tigre nelle gambe, i delfini nelle dita e i fenicotteri che cambiano colore, dal bianco al rosa, nel viso. Il corpo di una donna può contenere tutto il cosmo, per questo il racconto della Genesi coglie nel segno, narrando che, dopo che tutte le cose furono fatte, il corpo della donna fu modellato per ultimo, finale inatteso nel gran film delle origini. Quel mistero di carne è la sintesi di tutte le cose precedenti, il compimento e superamento di tutta l’opera fatta. Chiunque avesse sfregiato quel corpo avrebbe rovinato anche alberi, corsi d’acqua, orbite celesti, ordine delle stagioni e tutte le relazioni che da quel corpo dipendono. Così se viene ferita la donna viene ferita tutta la realtà, e non per un sentimentale luogo comune, ma perché se il corpo capace di albergare e dare la vita viene avvelenato, la vita tutta è avvelenata, come un fiume alla fonte.

 Leggi tutto l'articolo sul Corriere:
Alessandro D'Avenia, "Corpi" espiatori.